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E’ quella non visibile che non ricorre alle percosse, alle aggressioni verbali di diverso tipo o ad azioni che irrompono nello spazio fisico con oggetti lanciati o rotti (ma, non per questo fa meno male). Anzi, dovremmo piuttosto dire che è più nociva poiché scava nella vita e psiche delle persone insinuando una idea di se come meritevole di un danno.
E’ così per tanti bambini vittime di maltrattamento dove l’espressione di un disagio, dalla deprivazione di cure fino all’abuso, operati dal genitore o familiare che, dice di amarlo, si blocca prima ancora di poter essere pensato possibile, finendo poi con il sentirsi davvero degni del danno, di quel danno senza vederlo tale, anzi leggerlo come una forma di bene, salvo poi manifestarlo verso altri negli anni successivi, capirlo come male ricevuto allora, e chiedere aiuto o ammalarsi di ansia e\o depressione.
E’ così per molte donne che, nel silenzioso vuoto delle mura domestiche, affrontano ogni giorno soprusi da parte di compagni incapaci di manifestare sentimenti positivi o di rivelare un disagio, frutto di insicurezze personali che, potrebbero invece, essere presi in carico dalla coppia e diventare oggetto d’intervento per migliorarsi, migliorare la vita familiare e la dimensione lavorativa.
E’ altrettanto silenziosa la violenza verso quegli anziani che, nel mentre vanno incontro nella graduale perdita delle autonomie legate al trascorrere del tempo, alla malattia talvolta, alla solitudine ecc., ricevono da uffici, presidi sanitari, risposte ineccepibili nella forma e rito ma che di fatto, sostanziano ostacoli, divieti e dinieghi, intolleranti ed intollerabili, contribuendo a quel sentimento di fallimento personale ed inutilità del provare e continuare a sentirsi validi per qualcosa e per qualcuno.
E’ così anche, ma l’elenco potrebbe continuare per chi, nel disagio psichico non incontra comprensione, tolleranza, condivisione di possibilità, ma solo un giudizio perentorio d’incapacità.
E’ così anche per tanti lavoratori esposti a climi dove, il controllo dell’operato, la minaccia di un cambiamento di mansione, di una perdita del lavoro con giovani leve alle porte che, appena assunte per periodi brevi, cercano spazi per farsi avanti, travolgendo tutto, fa sì che cerchi di dare sempre più senza mai sentirsi completamente, all’altezza dei propri compiti. Lo stress sperimentato in tali casi, in assenza di un contratto adeguato e riconosciuto del proprio operare, con possibilità di essere sostituito in qualsiasi momento, alimentato da isolamento e clima di sospetto, precipita verso realtà depressive dove, “più nulla serve a nulla” ed iniziativa e rapporti si bloccano.
Sono fatti di tutti i giorni e se da un lato sviliscono competenze e possibilità, dall’altro conducono ad un profondo sentimento di prostrazione personale la vittima finisce col pensarsi meritevole del danno infatti, difficilmente, riscattabile come conseguenza, con percorsi terapeutici, specie se protratto nel tempo. E’ necessario un lungo lavoro di recupero dell’autostima, fiducia nelle proprie possibilità e riscoperta delle dimensioni piacevoli della giornata ed esperienze.
Fare prevenzione in merito alle negatività significa prendersi cura di se e dell’altro, tener conto di tempi e modi, della realtà interpersonale ed ambiente di lavoro, stimolare una comunicazione aperta che, vanifichi il sospetto, l’omissione studiata di informazioni o parziale interpretazione di fatti; questo infatti, risponde ad altri bisogni, quello di controllare in primis, per poi svuotare le esperienze dell’altro quindi riedificarlo secondo nuovi bisogni, senza una vera crescita umana, emotiva, relazionale, lavorativa personale che anzi, si impoverisce di risorse, utile bene per la comunità.
Prendere coscienza può significare allora permettere a queste opportunità di manifestarsi sotto altre vesti e dimensioni per una valorizzazione reale di se e dell’altro.
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