SETTEMBRE

LA MEMORIA COMUNE

re.jpg Il 25 settembre 1943 passava da San Vito Vittorio Emanuele III, Re d'Italia. Come rivela il r...(leggi tutto)

I NOSTRI PADRI

martinogioia xs.jpg Il 9 settembre 1943, non ancora ventitreenne (era nato il 13 novembre 1920), moriva Martino Gioia, s...(leggi tutto)

LA TRADIZIONE LOCALE

L'ARCOBALENO RICORDA

IMPRONTE ED ISTANTI

Al mare

L'una dopo l'altra,
l'onde del mare
si prostrano ai miei piedi.
Ora so di non essere
un uomo da nulla.

Vito Giuseppe Mele
Il mio cuore in versi, Edizioni Libroitaliano, 2002...(leggi tutto)

L'ARCOBALENO SEGNALA

IL NOSTRO BIMESTRALE copertina 4 2018 xs.jpg
agosto/settembre 2018

L'ARCOBALENO PROMUOVE

L'ARCOBALENO CONSIGLIA

29 - 3 - 2018
I due riti unici della Settimana Santa a San Vito dei Normanni


I due riti unici della Settimana Santa di San Vito dei Normanni: la “Desolata” con la “Chiamata” e la “Sepoltura” e la “Gloria”.
Il Venerdì Santo sanvitese ha per protagonista la “Desolata”, cioè Maria, la madre di Gesù. Dopo aver celebrato a livello parrocchiale la morte del Signore (chiamata Azione Liturgica o, tra il popolo, “messa scigghjiata”), i fedeli sanvitesi si radunano tutti nella Basilica di Santa Maria della Vittoria per dar vita comunitariamente al “funerale di Cristo”.
Alle 20,30 inizia la “predica della Desolata”: il predicatore (di solito l’Arciprete-parroco o un suo delegato) parla appunto di Maria, sottolineando il suo ruolo che ebbe ai piedi della croce del Figlio. Di tanto in tanto, un soprano (Miriam Musa) e l’organista (Franco Parisi) intervengono con alcune musiche strazianti che il maestro sanvitese Antonio Pecoraro (nonno dell’organista) compose proprio per questa celebrazione. Dopo aver intessuto opportunamente il ricordo della Vergine, il predicatore la chiama – la “Chiamata” è appunto il nome del rito – invitandola ad entrare in chiesa e a prendere il Figlio morto. Allora, spalancatosi il portone principale della Basilica, avanza il simulacro dell’Addolorata, con un lungo corteo cui prendono parte tutte le confraternite sanvitesi. Giunta la statua ai piedi dell’effige di Gesù morto, il sacerdote pone simbolicamente tra le mani della Desolata i segni della Passione (la corona di spine e i chiodi); quindi incomincia la “processione dei Misteri”, che si snoda per alcune vie del centro. Terminata la processione (molto più breve di quelle tarantine), i gruppi statuari dei Misteri (detti anche “Giudei”) si fermano all’ingresso della Basilica, mentre le statue di Gesù morto e dell’Addolorata si portano fino all’altare. Qui, dopo un’ultima brevissima riflessione del predicatore, inizia il toccante rito della “Sepoltura”. Tutti i sacerdoti presenti fanno le veci delle donne e degli uomini che schiodarono Cristo dalla croce: prendono il simulacro di Gesù morto e, avvoltolo in un lenzuolo, lo depongono simbolicamente nel sepolcro allestito sull’altare maggiore. A quel punto, le luci della Basilica si spengono una a una e l’assemblea lascia la chiesa in silenzio.
È quello che scultori e pittori hanno per secoli raffigurato come “La pietà”, ma che a San Vito rivive attraverso questi gesti semplici e ricchi di fede, fra ali di folla commossa.
Anche la Veglia Pasquale si svolge a livello parrocchiale, ma nella Chiesa Matrice c’è un elemento in più (la Veglia in Basilica inizia alle 22.30). Infatti, dopo la liturgia della Luce e della Parola, all’intonazione del canto del “Gloria in excelsis Deo” viene svelata l’immagine di Gesù Risorto sull’altare maggiore (lo stesso, e non a caso, dove la sera prima si è svolta la “Sepoltura”). Nello stesso tempo il portone della Basilica si apre lasciando entrare i simulacri dei Santi più amati dal popolo sanvitese: anzitutto Maria (nell’effigie dell’Immacolata conservata presso l’omonima parrocchia), poi san Giuseppe, le statue dei Santi Patroni e di un’altra decina di Santi venerati nelle cinque parrocchie sanvitesi. Il rito – chiamato “la Gloria” – sta a simboleggiare non solo la resurrezione del Cristo ma anche “la comunione dei Santi” che si professa nel “Credo” cattolico e che trae dalla Pasqua la propria ragione di esistere.
È necessaria una precisazione finale. Nella civiltà dell’immagine del Terzo Millennio, fondata su altri tipi di logiche, entrambi questi riti – molto visivi e iconici in certo modo – potrebbero risultare retaggi di un passato morto, portato avanti nelle aree ancora arretrate (soprattutto in termini di mentalità) del Paese e destinato a scomparire tra non molto. È certamente vero che, se non esistessero, oggi non oseremmo inventarceli (perché molto distanti dalla nostra sensibilità moderna), e infatti essi sono il lascito dei sanvitesi che vissero durante il Barocco e che sentirono il fascino di simili riti in Spagna al punto da “importarli” anche da noi, cambiati sotto molti aspetti. Tuttavia, sbaglia chi pensa che tra queste statue che vanno e vengono e in questi gesti semplici ci sia solo sterile manifestazione esteriore (pur necessaria) della fede, cui non corrisponde un uguale sentimento nel cuore dei credenti. In altre parole, qualcuno potrebbe pensare che questi riti siano ossequiati solo per rispetto di tradizione, ma non è così. Se fossero “solo tramandati”, ci sarebbe l’altro rischio che vadano perduti, ma questi riti “ci sono stati tramandati”, che è cosa diversa: ogni sanvitese – anche chi non condivide la sostanza e le forme d’espressione della fede cristiana – trova in questi appuntamenti un vero patrimonio immateriale altamente simbolico, cui è stato iniziato sin da bambino e a cui – si spera – stia iniziando i propri figli.
È dunque questo il punto: perché vivano, questi e altri i riti vanno preservati, custoditi, valorizzati e tramandati a nostra volta e, in questo, la società dell’immagine del Terzo Millennio corre un rischio non indifferente. Altri riti della Settimana Santa sanvitese sono andati perduti nel corso del tempo (si pensi a come era vissuto, solo due generazioni fa o anche meno, il Venerdì dell’Addolorata o la sera di Pasqua, con la grande processione che accompagnava le statue dei Santi nelle rispettive chiese). Non è impossibile, purtroppo, che di qui a qualche decennio, vivendo di altre sensibilità ed essendo sempre di meno ad abitare a San Vito, queste tradizioni secolari scompaiano nel nulla. Per evitare un simile scenario, bisogna tornare a rieducarci a queste feconde espressioni di fede e cultura.